E dopo l’arcobaleno non sempre c’è il sereno, soprattutto quando si tratta di trovare il luogo fisico di un’idea, di un diverso modo di intendere i giorni a venire.
Più che arcobaleno, allora, sembra che il cielo si colori di grigio e che ti tenga prigioniera di un groviglio di nuvole pesanti fatte di affitti, burocrazia, permessi … e poi, elettricisti, muratori, consulenti, impiegati … un universo d’umanità e di scartoffie che non credevi di dover affrontare.
Il primo a comparire fu La Proprietà.
I quattro personaggi in cerca di libertà lo chiamarono così dopo che, in mezzo a infiniti sorrisi, gli disse che l’affitto del locale che gli proponeva, non solo non era trattabile ma neppure vagamente livellabile.
Che poi lui, bombolone intinto in ettolitri di Hugo Boss e stupidità d’ereditiere avvolta in jeans a vita talmente bassa da fermarsi poco prima delle palle, non è che non voleva trattare – così diceva -. Lui, poveretto, era solo la longa manus del suoi parenti, proprietari di metà dei palazzi del corso principale e di un buon numero di altri edifici dislocati lungo la città. Come dire, lui era solo l’esecutore materiale delle loro proprietà.
Vabe’, ma almeno avrebbe sostituito la tazza del water che germogliava di schifezze avvolte in un pesante odore di muffa. Così speravano soprattutto Soia e Matilda che, si sa, ai bagni tengono particolarmente.
Ma La Proprietà, sbattendo quelle ciglia da migliaia di euro rispose che quella spesa non l’avrebbe proprio sostenuta e che non avrebbe sostenuto nient’altro che non fosse il peso dell’assegno a fine mese.
I quattro personaggi in cerca di libertà fecero rapidamente perdere le proprie tracce e ritornarono ad un loro vecchio amore, una simpatica ottantenne proprietaria di un meraviglioso magazzino, ma distruttiva come la grandine sui fiori di ciliegio. L’avevano incontrata tempo addietro, e si erano lasciati abbattere dai commenti di quella cosentina versione di Attila che, parola dopo parola, flagellava il loro sogno di bottega. Un secondo dopo aver stretto la mano a tutti e quattro, la signora chiese di che attività si trattasse. Udendo la risposta, sghignazzò e, senza possibilità di interlocuzione, disse: “chiuditi fra sia misi” (chiuderete fra sei mesi al massimo). Basandosi su questo scientifico calcolo delle possibilità di insuccesso, quell’ottantenne rompipalle (nella versione di Matilda) …. Quell’anziana signora impaurita (nella versione di Ernestina Pumas) li liquidò facendo ben capire che era meglio non farsi più vivi perché alla loro fallimentare attività preferiva il nulla, il vuoto, i “pappici” nel suo locale.
La ricerca, estenuante e deprimente, continuò per settimane. Sembrava che improvvisamente corso Mazzini e le strade tutte intorno si fossero trasformate nella Fifth Avenue tanto gli affitti erano inavvicinabili e le condizioni di trattativa inconcepibili. Ci fu chi tentò di convincere i quattro personaggi in cerca di libertà che un water modello Trainspotting e un soppalco di molliche di pane fosse la soluzione ideale per iniziare a costruire il loro progetto, e chi gli propose persino una specie di discoteca con tanto di marmi e di privè … che tanto “u cafè si vinna ovunque” (il caffè si vende ovunque).
Mentre Matilda mandava tutti equamente a ‘fanculo, e Soia faceva lo stesso ma con un’eleganza inversamente proporzionale alla pratica gestione dell’esistente di Matilda … Tofu descriveva tristi scenari ansiolitici di fallimento e Ernestina Pumas rispolverava il suo istinto “Candy, oh Candy”, fermamente convinta che si dovesse ritentare con l’arzilla ottantenne, che ci fosse del buono in quella dentiera alla stricnina.
Quando stavano per arrendersi, ecco comparire un locale praticamente perfetto, se si escludono le voragini nelle pareti, le cacche dei topi in bagno, la pioggia di calcinacci ai quattro angoli della stanza…. Ma il prezzo dell’affitto …. Oh, una manna dal cielo! Praticamente regalato!
Erano sul punto di firmare il contratto quando l’agente immobiliare, facendosi coraggio, svelò che il bagno, sì… quell’agglomerato di merda di topi e muffa risalente al neolitico, proprio quel bagno lì insomma … era abusivo perché costruito in un cortile, spazio comune dell’intero edificio.
Otra Vez sembrava non dover vedere mai più la luce… fino a quando, un bagliore fottutamente arancione graffiò gli occhi ad un paio di loro.
E fu così che la trovarono. Trovarono Otra Vez.
A Cosenza, in via Mario Mari, n. 12
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Fra qualche giorno, ci sarà l’inaugurazione di Otra Vez … Stay tuned!

