Dov’è Otra Vez

E dopo l’arcobaleno non sempre c’è il sereno, soprattutto quando si tratta di trovare il luogo fisico di un’idea, di un diverso modo di intendere i giorni a venire.

Più che arcobaleno, allora, sembra che il cielo si colori di grigio e che ti tenga prigioniera di un groviglio di  nuvole pesanti fatte di affitti, burocrazia, permessi … e poi, elettricisti, muratori, consulenti, impiegati … un universo d’umanità  e di scartoffie che non credevi di dover affrontare.

Il primo a comparire fu La Proprietà.

I quattro personaggi in cerca di libertà lo chiamarono così dopo che, in mezzo a infiniti sorrisi, gli disse che l’affitto del locale che gli proponeva, non solo non era trattabile ma neppure vagamente livellabile.

Che poi lui, bombolone intinto in ettolitri di Hugo Boss e stupidità d’ereditiere avvolta in jeans a vita talmente bassa da fermarsi poco prima delle palle, non è che non voleva trattare – così diceva -. Lui, poveretto, era solo la longa manus del suoi parenti, proprietari di metà dei palazzi del corso principale e di un buon numero di altri edifici dislocati lungo la città. Come dire, lui era solo l’esecutore materiale delle loro proprietà.

Vabe’, ma almeno avrebbe sostituito la tazza del water che germogliava di schifezze avvolte in un pesante odore di muffa. Così speravano soprattutto Soia e Matilda che, si sa, ai bagni tengono particolarmente.

Ma La Proprietà, sbattendo quelle ciglia da migliaia di euro rispose che quella spesa non l’avrebbe proprio sostenuta e che non avrebbe sostenuto nient’altro che non fosse il peso dell’assegno a fine mese.

I quattro personaggi in cerca di libertà fecero rapidamente perdere le proprie tracce e ritornarono ad un loro vecchio amore, una simpatica ottantenne proprietaria di un meraviglioso magazzino, ma distruttiva come la grandine sui fiori di ciliegio. L’avevano incontrata tempo addietro, e si erano lasciati abbattere dai commenti di quella cosentina  versione di Attila che, parola dopo parola, flagellava il loro sogno di bottega. Un secondo dopo aver stretto la mano a tutti e quattro,  la signora chiese di che attività si trattasse. Udendo la risposta,  sghignazzò e, senza possibilità di interlocuzione, disse: “chiuditi fra sia misi” (chiuderete fra sei mesi al massimo). Basandosi su questo scientifico calcolo delle possibilità di insuccesso, quell’ottantenne rompipalle (nella versione di Matilda) …. Quell’anziana signora impaurita (nella versione di Ernestina Pumas) li liquidò facendo ben capire che era meglio non farsi più vivi perché alla loro fallimentare attività preferiva il nulla, il vuoto, i “pappici” nel suo locale.

La ricerca, estenuante e deprimente, continuò per settimane. Sembrava che improvvisamente corso Mazzini e le strade tutte intorno si fossero trasformate nella Fifth Avenue tanto gli affitti erano inavvicinabili e le condizioni di trattativa inconcepibili. Ci fu  chi tentò di convincere i quattro personaggi in cerca di libertà che un water modello Trainspotting e un soppalco di molliche di pane fosse la soluzione ideale per iniziare a costruire il loro progetto, e chi gli propose persino una specie di discoteca con tanto di marmi e di privè … che tanto “u cafè si vinna ovunque” (il caffè si vende ovunque).

Mentre Matilda mandava tutti equamente a ‘fanculo, e Soia faceva lo stesso ma con un’eleganza inversamente proporzionale alla pratica gestione dell’esistente di Matilda … Tofu descriveva tristi scenari ansiolitici di fallimento e Ernestina Pumas rispolverava il suo istinto “Candy, oh Candy”, fermamente convinta che si dovesse ritentare con l’arzilla ottantenne, che ci fosse del buono in quella dentiera alla stricnina.

Quando stavano per arrendersi, ecco comparire un locale praticamente perfetto, se si escludono le voragini nelle pareti, le cacche dei topi in bagno, la pioggia di calcinacci ai quattro angoli della stanza…. Ma il prezzo dell’affitto …. Oh, una manna dal cielo! Praticamente regalato!

Erano sul punto di firmare il contratto quando l’agente immobiliare, facendosi coraggio, svelò che il bagno, sì… quell’agglomerato di merda di topi e muffa risalente al neolitico, proprio quel bagno lì insomma … era abusivo perché costruito in un cortile, spazio comune dell’intero edificio.

Otra Vez sembrava non dover vedere mai più la luce… fino a quando, un bagliore fottutamente arancione graffiò gli occhi ad un paio di loro.

E fu così che la trovarono. Trovarono Otra Vez.

A Cosenza, in via Mario Mari, n. 12

***

Fra qualche giorno, ci sarà l’inaugurazione di Otra Vez … Stay tuned!

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Putrido. Il giorno dopo

Ho scritto questo avendo in mente una mia amica, le sue parole, quelle che riporto, a mio modo, nel testo pubblicato ieri.

C’è anche Fabiana in quelle parole, certo, ma ci sono tante altre donne che da Nord a Sud sono quotidianamente massacrate di botte, bruciate, violentate. Ci sono tutte le donne che, a prescindere dal territorio di provenienza, vengono annullate

Quello che mi fa prima ridere, poi incavolare, è che anche in mezzo a tragedie di questa entità non si riesca a fare altro che riprendere una serie di millenari stereotipi, legarli insieme con un po’ di banalità gratuita, e pensare d’aver analizzato criticamente l’esistente.

E allora, il maschio calabrese è possessivo, la donna calabrese obbediente e mesta, l’uomo calabrese tutto peperoncino e passione aggressiva, la donna tutta ‘nduja e melanzane sott’olio, l’uomo calabrese parla solo ruttando, mentre la donna non parla proprio, sta “cittu” perché è fimmina e le fimmine cittu hannu ‘i stare.

Nelle famiglie calabresi, i padri tornano dal faticoso lavoro e, entrando in casa, salutano scoreggiando mentre la moglie, servizievole e silenziosa, apparecchia la tavola, sparecchia e poi lava, stira, e di nuovo lava, e lava e lava…. Che coi lenzuoli lavati da una donna calabrese ci si potrebbe fare un’amaca per il globo terrestre.

L’uomo calabrese con la violenza esprime virilità. È così violento, l’uomo calabrese, che a volte quando suona il mandolino – l’unico strumento che noi calabresi suoniamo … mica si è mai visto un calabrese, che so, col violino – usa i peli delle gambe per un suono più rude e mascolino, e per avere sempre una corda a portata di mano, se ne rompesse una. La donna calabrese cucina.

La donna nella mia regione vale zero. Ma solo perché l’uomo calabrese non sa contare.

E allora, ce ne andiamo via ma il nostro cuore resterà sempre attaccato alla nostra terra.

Dunque, sto banalizzando? Forse mi sfugge la profondità di queste lettere che oggi, come funghi, appaiono sui quotidiani del paese? Forse sto sciorinando una serie di stereotipi? Vi dà fastidio leggere quello che scrivo? Ecco. Capite, allora, di cosa parlo.

Il fatto è che davvero mi viene difficile leggere queste lettere, questi articoli e sentirmi partecipe di una così acritica banalizzazione dei fatti. Mi risulta assai complicato, leggendo queste lettere, evitare di immaginare il solito uomo calabrese, puzzolente e con la coppola in testa che picchia qualunque forma di vita gli capiti a tiro perché, per sua calabresissima natura, è portato a fare questo. Perché nel caso di donne uccise, violentate, ammazzate, bruciate, annullate in molti, moltissimi luoghi d’Italia non mi sono trovata a leggere, su testate nazionali, lettere del genere? Forse che ci sia una relazione diretta fra: uomo calabrese geloso/puzzolente e omicidio di donna calabrese sottomessa? Forse che questa relazione non si possa esportare ma valga solo per noi, gente col mandolino?

Mi chiedo, quindi, se non sia possibile che la violenza di genere abbia radici più profonde, se non abbia cause che prescindono dall’appartenenza territoriale.

Non è possibile che a partire dalla cosa più essenziale, il linguaggio, tutto venga pensato, costruito, organizzato per far sì che la millenaria disparità di potere fra i sessi continui ad autoalimentarsi ed a limitare (in un caso, e ad ampliare nell’altro caso) lo spazio d’azione di un sesso rispetto all’altro? Non è possibile, mi chiedo, pensare che la violenza di genere sia un fatto sociale, di tutta la società, quindi non solo di quella che passa da un mandolino alla pizza, e dalla pizza alla tarantella?

Sto banalizzando ancora? Forse. Ma non è colpa mia. Sono calabrese.

Si legga anche Angela Potente qui

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Putrido

Lei è bella, o forse di più. Lo è sempre stata.

Sarà stata la danza o l’aver ereditato l’eleganza longilinea dalla madre. Sarà per quei capelli scuri che le coprono le spalle, le carezzano il viso, ammorbidendole lo sguardo, sarà perché quando ride è come se negli occhi le si accendessero delle piccole, piccolissime luci. O, forse, sarà per quella bocca ondulata e rosa … sarà per tutto questo che lei è così bella.

O forse, sarà per quell’allegria contagiosa che accompagna la descrizione dei suoi giorni, per l’ironica consapevolezza con cui ti rivela che, in fondo, le cose raramente sono come le immagina guardando fuori dal finestrino, nel tragitto verso casa.

È così bella mentre racconta senza fronzoli né giri di parole quello che vorrebbe, mentre – determinata e forte – rifiuta i ricordi di un padre le cui idee erano volere indiscutibile per tutta la famiglia, soprattutto per lei – unica figlia femmina – .

Qualche sera fa, lei mi ha parlato del suo compagno, di come, al culmine di una lite, le abbia dato un ceffone. Me lo ha rivelato in maniera sommessa, quasi in silenzio, alternando al racconto convulso e rapido, una sorta di comprensione per quel vile, piccolo uomo incapace di affrontare le situazioni in altro modo. Era bella, come sempre, ma non mi pare d’aver visto nessuna luce nei suoi occhi mentre, sorridendo – quasi a voler minimizzare – mi spiegava che, a guardar bene, qualche ragione lui pure l’aveva, che forse al posto suo anche lei avrebbe reagito a quel modo.

Forse. Però lei non ha reagito così.

Tutto, dentro, ha iniziato a marcire.

***

Morte di una donna

Bollettino di Guerra

Per Fabiana (ma anche per Giovanni, Olivia ecc.)

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Dimanche

PLAY.

Riempio gli spazi bianchi. L’immagine prende forma, lentamente.

Guardo intorno, cerco un altro punto nero. Ricomincio.

L’inchiostro rosso diventa forma. L’occhio vede, immagina, fotografa.

Qualche volta, la penna corre fuori dalle linee. I contorni si sfumano.

Il colore s’espande dove non potrebbe.

Lo spazio si delinea. Riesco a immaginare tracce di vita. Circuiti di ricordi riemergono – variabili – fra le linee della pagina.

STOP.

E’ domenica. Sono solo davanti a “Cosa apparirà”. La Settimana Enigmistica, a volte, m’appare poesia.

CANZONE

Within, Duft Punk

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Palestina

Profughi.

Le maree portano a riva i detriti.

Avanzi.

Espulsa umanità di un’epoca gravosa.

Bombe. Nel buio rivendicano vite.

Bombe. Nel buio si inseguono le grida. Onde disperate che riecheggiano di notte.

Bombe. Bruciano  case sotto il peso del silenzio.

Ardono esistenze fasciate di indicibile violenza.

Annunziata morte. Esortata fra le lacrime di chi piange per la fine.

Niente possono le mani. Niente può la sola mente. Scoppia muta.

Incenerite idee.

Palestina.

***

Nota a margine

Ieri, in occasione di un incontro con Saviano all’Università della Calabria, un gruppo di ragazz* ha sventolato la bandiera della Palestina. Una signora, avvicinandosi, ha chiesto di che bandiera si trattasse.

Grazie a Kll Zoe per avermelo raccontato.

 

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Del lavoro

Sabato. La sveglia suona prima di ogni altro giorno. Sono le 6.15 e non ho alcun alibi a cui ricorrere per restare avvinghiata al letto. È sabato e, stavolta, è il mio turno al mercato.

Ciuffa – la mia gatta – mi gira fra i piedi, morde i lacci delle scarpe, corre fra il bagno e la cucina con un’energia difficile da descrivere.

Esco. La mattina è parecchio calda, ma poche nuvole grigie fanno sperare in qualche ora più fresca. Magari dopo.

Arriviamo che molti ambulanti hanno già aperto i banchetti e issato i tendoni. Ci conosciamo tutti ormai. Dopo i saluti, anche per noi inizia il lavoro più duro: scaricare tutto quello che c’è nel furgone ed esporre la merce. Anche se è parecchio faticoso, perché richiede muscoli che non ho, non mi secca questo passaggio. “Fare cose” mi impegna la mente in un modo più leggero e scorrevole del “pensare cose”. Ma stamattina sembra proprio che i pianeti della nostra costellazione astronomica girino dal verso sbagliato. Il furgone – rottame degli anni ’80, leggero come un carro funebre con tanto di tristezza di serie – ha deciso di andare il tilt. La sponda meccanica che dovrebbe aprirsi con un motorino elettrico per permettere di fare agevolmente le operazioni di scarico non funziona. Non si apre. È completamente sbarrato. Ci tocca scaricare tutto dietro, da un’apertura scomoda e poco adatta a quanto dobbiamo fare. Finalmente allestiamo i banchetti, ma non facciamo in tempo a posare l’ultimo vestito che dal cielo arrivano gocce di pioggia mista a terriccio. In fretta, ricopriamo tutto e aspettiamo che accada qualcosa di buono.

Dopo un po’ torna il sole e fa più caldo di prima. Esponiamo di nuovo tutto e aspettiamo i primi visitatori.

Il nostro è un banchetto di abiti usati. Alcuni sono perfettamente integri, altri avrebbero bisogno solo di un giro in lavatrice.

Due signore si avvicinano. Mi sembrano annoiate ed eccessivamente attente alle loro borse firmate ed estremamente pacchiane. Toccano qua e là, buttano distrattamente i vestiti da un punto all’altro del banchetto. S’accorgono che si tratta di abiti usati. Si allontanano di tutta fretta. Le sento sussurrare: “che schifo!”. Sono già lontane per accorgersi del mio disgusto nel constatare la completa assenza del rispetto del lavoro altrui e l’inconsapevole ignoranza di un intero paradigma economico centrato sul concetto di “riuso”.

Non mi fanno certo più simpatia quelle che, avvicinandosi al banchetto, sfoggiano sorridendo altolocate appartenenze per poi chiedere lo sconto su articoli che non costano più di due euro.

Tre giorni fa era la festa dei lavoratori. M’è dispiaciuto assistere, come ogni anno, alla sfilata di concerti, di discorsi di circostanza, di feste e frivolezze dal sapore prettamente alcolico. Non credo ci sia molto da festeggiare in un paese che ha fatto del concetto di “lavoro” la porta d’evacuazione di intere generazioni. Non immagino, neppure sforzandomi, di trovare un vago senso di dignità in “lavori” che distruggono fisicamente e psicologicamente chi li svolge, né rintraccio questa dignità nell’assenza della possibilità della scelta. Il lavoro non c’è. Cosa si dovrebbe scegliere?

Forse il primo maggio lo festeggia chi il lavoro l’ha ereditato da nonni, zii, padri facoltosi, chi il lavoro l’ha comprato col favore di qualche politico di turno o chi l’ha rubato grazie ad amici di amici di amici. Forse il primo maggio lo festeggia qualche mafioso che effettivamente lavora, tutti i giorni dell’anno, alacremente e senza sosta, per riscuotere mazzette e giocare ai gratta e vinci. Forse lo festeggiano i governatori della mia regione che, fra uno sperpero e l’altro di soldi che dovrebbero essere pubblici, riposano dalla fatica che costituisce il dover pensare ogni giorno alla lista dei favori da riscuotere e da fare. Forse il primo maggio lo festeggiano gli amministratori della mia città che ci ricoprono di immondizia e putridume, lavorando tutto l’anno all’organizzazione di metodi e modalità che gli consentano di non sentirsi mai responsabili di niente e, quindi, di procedere nella loro inesistente progettazione politica.

Personalmente, il primo maggio mi sembra un giorno come un altro. Forse solo un po’ più triste. Come quanto si festeggia per qualcosa che, invece, è morto.

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Qualcuno

Qualcuno prese in mano un fucile.

Qualcuno è morto per la libertà di tutti.

Il paese, da allora, è imploso, volgarmente indifferente, in contraddizioni difficili da superare.

Il paese, da allora, è rimasto uno stivale strapazzato da troppi mafiosi ai posti di governo.

Il paese, da allora, è rimasto vuoto, povero, solo.

Cosa rimane di quegli sguardi fieri d’esser vittoriosi e liberi? Cosa c’è di democratico nelle intenzioni di chi si prende beffa delle istituzioni trattandole come fossero lo zerbino all’ingresso della propria abitazione?

C’era qualcosa di più grande, di più complesso in quelle mani che reggevano i fucili, c’era qualcosa di più umano in quegli occhi che brillavano della luce della dignità non più calpestata da soprusi e terrore.

Oggi, corrosi da solitudini impietose, inutilmente spinti verso mete inconciliabili col rispetto degli altri e degli elementi circostanti, oggi, bloccati dietro monitor a cui affidiamo la “rivoluzione”, ci connettiamo col mondo ma restiamo soli in un’inerzia di movimenti corti, stanchi, pigramente indecisi.

“Se non miro alla totalità non riesco a dir niente di esatto”, scriveva Simone De Beauvoire. Cosa rimane di quella totalità di chi saliva sui monti per se stesso, sì, ma anche per tutti gli altri?

Menzogneri, distorti, incattiviti. Il nostro piccolo “io” soffre, scalciando nella miseria di cambiamenti che continuiamo a sognare restando sempre immobili.

Avrei voluto raccontarlo diversamente il mio presente. Avrei voluto scrivere che non tutto obbedisce inesorabilmente a interessi, convenzioni, favori e che non tutti vengono risucchiati nelle aride secche dell’individualismo.

Avrei voluto.

Buon 25 Aprile, nonna.

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Guerre Urbane

Il palazzo a vederlo da fuori sembra uno sputo terremotato in mezzo alla città quasi per caso. Gli edifici a fianco lo sovrastano con il loro carico di colori sgargianti, eredità di ristrutturazioni creative. E lo spazio di fronte, ricoperto quotidianamente da cataste di immondizia, gli dà quel retrogusto di inceneritore che ti schiaffeggia di fetori aspri ogni volta che apri la finestra.

Il cortile è un campo di guerra di mattonelle dissestate dove tutto è diretto e comandato dal Sig. Cavolfiore (n.b. “Cavolfiore” è evidentemente un nome di fantasia, stuzzicata, però, dal reale cognome del signore in questione, cognome identico ad una nota verdura ampiamente consumata dai popoli del Sud).

Cavolfiore si definisce, dall’alto dei suoi ottant’anni, la memoria storica dello stabile e, sin dal nostro primo incontro, capisco che oltre ad essere la memoria storica è anche il presente insopportabile e, di sicuro, diventerà il principale futuro “vaffanculabile” se non si da’ una calmata e sveste i panni del generale Churchill in missione per salvare l’umanità. Lui ha il posto auto direttamente sul pianerottolo, fuma nell’atrio e nelle scale e ha 4 figlie femmine che gli recapitano alle sei del mattino, ogni mattina, un gruzzolo di nipoti scassaminchia ed eccessivamente rumorosi anche ad orari in cui, per volere della natura, dovrebbero dormire sbavandosi addosso. Ma sono bambini e ai bambini, si sa, tutto si perdona. Ma alle figlie? Pezzi di tardone con i piedi pesanti come lastre di piombo a cui sono attaccati corpi di cemento armato, a loro posso perdonare i tacchi trascinati su per le scale alle sei della mattina? No, non credo di poterlo fare.

Cavolfiore abita all’ultimo piano, mentre al primo vive Barbagialla (n.b. pure “Barbagialla” è un nome di fantasia, stuzzicata, anche in questo caso, dal reale cognome del signore in questione, cognome che rimanda alla barba di un colore poco amato, purtroppo, dai popoli del Sud).

Barbagialla mi piace. È silenzioso, oserei dire muto. Non mi ferma per inutili convenevoli da “buoni vicini di casa”, non fuma e non si dà arie da tuttologo. Ha un cane che è prossimo al trapasso e che si trascina giù per le scale scatarrando come un gorilla in calore. Ha le zampette pelose e – si vocifera nell’androne – troppi, troppi anni alle spalle per poter scatarrare ancora a lungo. Un po’ me ne dispiace. Quando lo sento scatarrare so per certo che sono le 8.40 del mattino, l’ora della sua urinata mattutina e del mio probabile ritardo a lavoro.

In mezzo, fra Cavolfiore e Barbagialla, c’è uno studio di avvocati … che fanno sempre comodo, coi tempi che corrono. Uno di loro è anche l’amministratore di condominio. Un trentenne con la stempiatura di un sessantenne e l’accento di una immigrata rumena. Lo detesto dall’attimo stesso in cui mi sono accorta che sul citofono aveva fatto scrivere: “Perri-Lombardo”, contravvenendo a quanto io avevo richiesto: “Lombardo-Perri”. L’ordine alfabetico non gli dice niente? Per non parlare dell’ordine di importanza e di imperialità! Troverò la maniera di vendicarmi.

L’altro lato dell’edificio. Quello dove si raggruppa la meglio umanità.

Il primo che conosco è il Signor X (non ricordo il cognome, perché evidentemente non mi riesce di associarlo a niente). Mi stringe la mano e mi dice: “le mie figlie lavorano da Serenità (n.b. nota gioielleria cittadina). Se ha bisogno, non ha che da dirlo”. Sorrido e ringrazio, mentre mi chiedo: di cosa dovrei aver bisogno? Di un chilo di diamanti? Mezzo etto di rubini e un quarto di maschere apotropaiche di Gerardo Sacco? Sorvolo sul fatto e spero di non dover avere mai “bisogno”. Poi ci sono i fratelli Biglia (n.b. ovviamente “Biglia” è un nome di fantasia, stuzzicata, persino in questo caso, dal reale cognome dei signori in questione, cognome identico ad oggetto sferico, troppo amato dai popoli del mondo intero).

Il primo dei fratelli Biglia è “siggle” – così lo pronuncia lui – per scelta. Si dà arie da sciupa femmine, ammicca con troppa facilità, si descrive come un intellettuale sopraffino. Ha quasi ottant’anni.

Il secondo dei fratelli Biglia, invece, si è maritato ed ha procreato, ma detesta i fanciulli creativi, dal momento che impedisce la libera espressione della musica metal del giovane (esemplare unico e raro nell’edificio evidentemente geriatrico) che abita al piano di sotto.

E poi c’è lei. Il pezzo forte del condominio terremotato.

Lei … che fa finta di stirare sul balcone, mentre fuma una sigaretta dopo l’altra e, con l’occhio attento, guarda tutto quanto accade in cortile e con orecchio ancor più attento registra suoni, discussioni, umori e manovre automobilistiche. Lei … che, fumando, mi ha rubato il parcheggio il giorno di pasqua e da allora, non ha più spostato la sua auto. Lei che dal balcone infestato di fumo è apparsa solo per dirmi, con un ghigno di malefica vittoria, che “chi prima arriva, prima parcheggia”. Lei che non ha mai pensato, fra una sigaretta e l’altra, che mentre lei sta a casa tutto il giorno a far finta di stirare, io perimetro la città almeno quattro volte al dì e che mi sarebbe comodo poter contare su uno spazio per riposare il motore e i nervi.

A lei vorrei dire che se si staccasse per un attimo dal balcone e cercasse parcheggio alle 9 di sera, sarebbe stupita nel trovarlo addirittura sotto il balcone e che, una volta piazzata la sua auto lì, potrebbe farla diventare una dimora per galline, un’alcova per polvere e ragni, un segnalibro stradale … qualunque cosa possa diventare un mezzo quattroruote immobilizzato per mesi nello stesso luogo.

Ma decido di non dirle niente. Per ora preferisco lanciare dal mio balcone al suo balcone sguardi iniettati di terrore. Per ora preferisco intimorirla stendendo mutande fuxia e calzini a righe psichedeliche, mentre lei appende pigiami di flanella e collant di lana. Per ora, ancora per ora, preferisco farle credere che non mi importa del parcheggio, mentre nel mio corpo migliaia di diavoli imbizzarriti mi implorano di prendere le chiavi del cancello e di disegnare sul cofano di quell’ammasso di lamiera arrugginita un grande, enorme, immenso sigaro con due cerchi alla base.

Per ora resisto. Solo per ora …

 

 

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Bis

“Dal cielo collettivo ero caduta, insieme con molti altri, nella polvere della terra: il suolo era cosparso di illusioni infrante”

(S. De Beauvoire)

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Lei. L’altra

Azienda X.

Lei.

Arriva all’appuntamento in perfetto orario. Si fa annunciare al tizio “Y”, siede sulle poltroncine di pelle bianca della sala d’aspetto. Immusonita: vorrebbe essere a casa, spalmata su un divano come ricotta sul pane fresco. E poi, detesta aspettare.

Dopo venti minuti, arriva l’altra. Si fa annunciare da un’ondata devastante di profumo alla nocciola … che se si trovasse in mezzo ad un bosco della Sila, verrebbe assalita da un plotone di scoiattoli assassini. Sorride. Siede sulle poltroncine di pelle bianca della sala d’aspetto. Sembra felice.

Lei indossa un paio di scarpe da tennis rosse sbiadite e anche leggermente infangate sulla parte della gomma bianca. Quel tocco di marrone nature, tutto sommato, le piace. La scarpa ha un retro-stile esperienziale che – secondo lei – non potrebbe mai esser esibito da un infradito o una ballerina.

L’altra indossa un paio di stivaletti neri a punta, con un tacco che farebbe rabbrividire Lady Gaga e delle piccole borchie ai lati della calzatura. Ci cammina come se, ad ogni passo, qualcuno da dietro le tirasse un colpo con un bastone, colpendola proprio nell’incavo del ginocchio, facendola rimanere molleggiante, protesa in avanti.

Lei ha un jeans …  color jeans, con l’etichetta scucita (le si era scucita proprio quella mattina).

L’altra ha un pantalone nero, colore della notte, così aderente da lasciare intravedere anche le vene varicose.

Lei, da seduta, assume un comodo atteggiamento spanzato che la ripaga della mattinata trascorsa fra grida e negoziazioni.

Lei, da seduta, sembra quasi in apnea. A tratti diventa viola, ma riprende colore alzandosi e facendo un breve giro della hall sui suoi trampoli circensi.

Lei ha i capelli riccioluti, arruffati sulla fronte e tendenzialmente a forma di pianta grassa sulla parte della nuca.

L’altra ha un caschetto biondo talmente simmetrico da far venire le vertigini a chi si ferma ad osservarla con attenzione.

Lei ha un vecchio nokia che assolve a funzioni essenziali: fare/ricevere telefonate, inviare/ricevere sms. Lo passa da una mano all’altra, pensando che quando non suona è un oggetto davvero inutile.

L’altra ha una specie di piastrella sottile e laccata con cui si connette con Marte e da cui, annunciati da fastidiosi bip, riceve input continui. Si concede con pazienza certosina, sorride (ancora), risponde e prende un numero tale di appuntamenti che metterebbero in crisi pure Marchionne.

Lei si annoia, aspetta.

L’altra sorride, aspetta.

Di colpo, l’altra viene ricevuta dal tizio “Y” dell’azienda “X”.

Lei, allora, si incavola. Continua ad aspettare, mentre l’altra sorride (ancora). Non aspetta più.

Lei aspetta. Fa le puzzette sulle poltroncine della sala d’aspetto. E che peccato non avere un chewing gum. Starebbe benissimo su queste poltroncine di pelle bianca.

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